ph. S. Mazzotta

2019/2021
Stefano Mazzotta/Zerogrammi

ELEGìA DELLE COSE PERDUTE

Benedetti siano gli istanti
e i millimetri
e le ombre
delle piccole cose.
(F. Pessoa)
Blessed be the moments
and millimeters
and the shadows
of the little things.
(F. Pessoa)

(...)  Elegìa delle cose perdute riesce con grande poesia a restituirci l’anima del libro di Brandao, delle classi povere rurali, dei semplici, ma ci ricorda anche da dove veniamo, da quale realtà povera e contadina sorga questo paese ora arrogante nel sentirsi ricco e civile, vincente anche quando corroso dalle miserie, totalmente sradicato perché incapace di ricordate per cosa ha combattuto e su quali ceneri è risorto. (Enrico Pastore | Il Pickwick)


(...)  Mazzotta mette in scena un’opera di pura poesia, sprigionata da una comunità derelitta, esiliata, portatrice d’inquietudini, di desideri, di aspirazioni, di ricerca e attaccamenti alle proprie radici, di abbandono e di

speranza. (Giuseppe Distefano | Cittanuova)


(...) Opera di grande maturità estetica, il cui interesse non sta tanto nei temi interrogati (che probabilmente si ritrovano tutti nel parallelo scenico Elegìe delle cose perdute di Zerogrammi), ma per alcune scelte formali per niente scontate: l’insistenza sull’inquadratura fissa, composta solo di stacchi, e con pochissimi movimenti di macchina. Tutto sembra bloccato, anche la danza che documenta. Più che un’elegia su ciò che è perduto sembra potersi cogliere in questi corpi muti il silenzio delle cose presenti: una “fiumana di miseri” costretta a un esilio morale (non per forza geografico) e dal tempo (che esige narrazione). Mazzotta spiega che il tempo fermo dei personaggi ripete la dimensione fotografica della natura dei ricordi: ed è un modo di trattenere, in fondo, ciò che appare rétro, mentre è soltanto in ritardo. (Stefano Tomassini | Artribune)


Il cielo, il sole, la luna, le case all’imbrunire, i piedi inquadrati mentre passano sempre davanti alle stesse porte, la donna che piange , le danze collettive animano dall’interno un paesaggio filmico pieno di bellezza quanto lontano da estetismi di maniera: un montaggio figlio del corpo narrante. (Francesca Pedroni | Il Manifesto)




Elegìa delle cose perdute è una riscrittura in danza dal romanzo I Poveri dello scrittore e storico portoghese Raul Brandao. Il paesaggio evocato da questo riferimento letterario, in bilico tra crudo, aspro, onirico e illusorio, ha la forma dell’esilio, della nostalgia, della tedesca Sehnsucht, della memoria come materia che determina la traccia delle nostre radici e identità e, al contempo, la separazione da esse e il sentimento di esilio morale che ne scaturisce: sogno di ritorni impossibili, rabbia di fronte al tempo che annienta, commiato da ciò che è perduto e che ha scandito la mappa del nostro viaggio interiore.

Nell’indagine intorno al topos dell’esilio, questa creazione racconta, oltre il suo significato geografico, la condizione morale che riguardi chiunque possa sentirsi estraneo al mondo in cui vive, collocandolo in uno stato di sospensione tra passato e futuro, speranza e nostalgia. Il desiderio che questa condizione reca in sé non è tanto il desiderio di un'eternità immobile quanto di genesi sempre nuove e di un luogo che resta, un luogo dove essa si anima di una rinascita che è materia viva, e aiuta a resistere, a durare, a cambiare. I quadri che compongono la narrazione diventano la mappa di un viaggio nei luoghi (interiori) dei personaggi de I Poveri: figure derelitte e però goffe al limite del clownesco, accomunate dal medesimo sentimento di malinconica nostalgia e desiderio di riscatto,, humus del mondo (direbbe Raul Brandao), personaggi di pirandelliana memoria. Lo spazio che intercorre tra l’osservatore e queste storie (e tra queste storie e il sogno condiviso cui tendono) è una lontananza dal sapore leopardiano, la misura di un finibusterrae che è senso di precarietà, di sospensione nel vuoto, una grottesca parata di figure in transito, come clown di un teatro popolare che fiorisce da un anelito comune, che non ha bisogno di orpelli per accadere, che si racconta ovunque, in un prato, in un vicolo, un cortile, un qualunque luogo di vita (M. Augé), una stazione di posta di fronte al giorno che finisce, con i suoi orizzonti, le sue lontananze, i desideri proiettati al domani e i punti di fuga. Corpi e paesaggio dialogano in questa elegìa del vuoto che rimane, si riconoscono in un desiderio comune, una capriola del pensiero, in un incedere che è vertigine, abbandono al tempo sospeso e ciclico di un valzer, forma di una tristezza nostalgica nel suo incedere ciclico e sospeso, che chiede di essere celebrata, attraversata, dentro un desiderio non già di possesso ma di appartenenza. Ed ecco che dentro questa logica di colpo svanisce ogni idea di miseria o povertà possibile, non esiste più niente che possa essere davvero perduto.




Elegìa delle cose perdute (Elegy of Lost Things) is inspired by the novel Os Pobres by the portuguese author and Historian Raul Brandao. The landscape evoked by this literary reference, on the edge between raw, sour, dreamlike and illusory, reflects a nostalgia, a Sehnsucht, a memory as matter that traces back our roots and identity and, at the same time, the separation from them and the feeling of moral exile that arises from it: a dream of impossible returns, anger facing the time that annihilates, a send-off from what is lost and that has marked the map of our inner journey. This creation investigates around the topos of the exile beyond its geographic significance, thus about the moral condition concerning anyone who may feel an alien in their living world, in a state of suspension between the past and the future, hope and nostalgia. The desire that this condition implies is not the one of an immobile eternity but the one relied to ever newer genesis and to a place that remains, a place where it comes alive with a rebirth as a living matter, helping you to resist, to last, to change. The narrative is liquid in its site specific form, developed and designed for open-air spaces and its scenes become the map of a journey in the inner worlds of the characters of I Poveri: derelict and yet clumsy figures on the edge of clownesque, united by the same feeling of melancholic nostalgia and desire for redemption, humus of the world (as Raul Brandao would say), characters like the ones by Pirandello. The space between the observer and these stories (and between these stories and the shared dream they aim at) is a distance with a Leopardian taste, the measure of a finibusterrae which is a sense of precariousness, of suspension in the void, a grotesque parade of figures in transit, like clowns of a popular theatre, a theatre that blooms from a common longing, that does not need any frills to happen, that is told everywhere, in a lawn, in an alley or a courtyard, in any place of life (M. Augé), a staging post facing the end of the day, with its horizons, its distances, its forward-looking desires and its vanishing points. Bodies and landscape dialogue in this elegy of void that remains. They recognize themselves in a common desire, in somersaults of thoughts, in a gait which is vertigo and abandonment to a suspended and cyclic time of a waltz, form of a nostalgic sadness in its cyclic and suspended pace, asking to be celebrated and crossed, within a desire not of possession but of belonging. And here along with this logic, suddenly every idea of possible misery or poverty vanishes, there is nothing left that could be really lost.




soggetto, regia e coreografia / subject, direction and choreography Stefano Mazzotta | una riscrittura da / a rewrite from Os Pobres di / by Raul Brandao | creato con e interpretato da / created with and interpreted by Alessio Rundeddu, Amina Amici, Damien Camunez, Gabriel Beddoes, Manuel Martin, Miriam Cinieri, Riccardo Micheletti | collaborazione alla drammaturgia / collaboration to the dramaturgy Anthony Mathieu, Fabio Chiriatti | disegno luci / light design Tommaso Contu | costumi e scene / sets and costumes Stefano Mazzotta | assistente di scena / stage assistant Riccardo Micheletti | segreteria di produzione / production assistant Maria Elisa Carzedda | produzione / production Zerogrammi | coproduzione / coproduction Festival Danza Estate - Bergamo (It), La meme balle – Avignon (Fr), La Nave del Duende - Caceres (Sp) | con il contributo di / with the contribution of Residenza artistica artisti sul territorio INTERCONNESSIONI/Tersicorea/Sardegna (ai sensi Intesa Stato/Regioni sancita il 21.9.2017 e in attuazione dell’articolo 43 (Residenze) del D.M. 27.7.2017), Comune di Settimo S. Pietro, Comune di Selargius, Arca del Tempo, Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le Province di Oristano e Sud Sardegna, Fondazione di Sardegna, Regione Sardegna, Regione Piemonte, MIC - Ministero della Cultura | in collaborazione con / in collaboration with CASA LUFT, Ce.D.A.C Sardegna - centro diffusione attività culturali circuito multidisciplinare dello spettacolo dal vivo, PRIFERIE ARTISTICHE - Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio - Supercinema, Tuscania