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ph. A. Mathieu

2019/2021

Stefano Mazzotta // Zerogrammi

IL FILM_ELEGìA DELLE COSE PERDUTE

(...) Opera di grande maturità estetica.

Stefano Tomassini | Artribune


Il cielo, il sole, la luna, le case all’imbrunire, i piedi inquadrati mentre passano sempre davanti alle stesse porte, la donna che piange , le danze collettive animano dall’interno un paesaggio pieno di bellezza quanto lontano da estetismi di maniera: un montaggio figlio del corpo narrante.

Francesca Pedroni | Il Manifesto


It’s a masterful piece, having the structure of a dance film without spoken words, and also of a narrative feature film inspired by Os Pobres, a novel by Rau Brandäo. We find feelings of exile, loss, decadence, remembrance, nostalgia, even humor. Dance theater is emotively interpreted, reminding of Pina Bausch’s taste. The photographs and images are composed in a very fine artistically way, making definitely a grand scale classic Italian film.

The Giury | Riff Festival Norway 2022


(...) Out of all 29 films, the highlight of this year’s PDFF is the Italian film Elegy of Lost Things, a stunning 48-minute art piece depicting life in a rural town. Inspired by Portuguese author Raul Brandão’s novel Os Pobres (The Poor), director Stefano Mazzotta delivers a portrait of morality, estrangement, sociopolitical consideration, and realism. The 48-minute-long film views like an arthaus flick and delivers stunning performances in both dance and acting from the cast. The choreography is as wonderfully subtle and asymetrical as the shot choices and the coloring, which adds a realistic sun-bleached haze over the quietly riveting story. Elegy of Lost Things is impeccable in its versatility.

Amy Leona Havin | OREGON ARTSWATCH


(…) Una danza lenta e sofferta. Il sogno di un pazzo. Il delirio di un clown. Il dolore sconnesso di una donna vestita di nero. Figure dall’incedere meccanico, dallo sguardo assente come i pesonaggi di Kantor, perennemente sul crinale tra vita e morte. (…) Stefano Mazzotta, scuole Koreja e Paolo Grassi, artista multimediale in assiduità con il “terzo teatro”, interseca danza coreutica, letteratura, fotografia e arti plastiche. E trova il pharmakon nella ferita stessa. I danzatori metabolizzano la propria morte quando ne diventano coscienti. La superano nella coralità che conforta il dolore. Danno forma a una danza unanime, dove coesistono magia e follia. Un naufragio in un Sud ancestrale. Un viaggio che ricorda “Miracolo a Milano”, ma anche il sogno di un matto in “Train de vie”. 

Vincenzo Sardelli | KLP






ph. A. Mathieu

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