stefano mazzotta/zerogrammi

Jentu

 

Tutto solito. Nient'altro mai.

Mai tentato. Mai fallito. Fa niente.

Tentare di nuovo. Fallire di nuovo.

Fallire meglio.

(S. Beckett)

 

JENTU è una creazione per due danzatori ispirata al Don Quijote di Miguel De Cervantes. Nella lettura attenta dell’opera Cervantesca l’interesse per le gesta del protagonista e dei suoi compagni di viaggio (da Sancho Panza a Dulcinea) si è spostato sul senso che tali imprese possono ancora avere per noi oggi. Azioni senza lieto fine, inutili, consumate nella penombra di una stanza. Azioni capaci di prefigurare una nuova etica e un nuovo modello di eroe senza poteri speciali, senza gloria né squilli di tromba ad annunciarne la fragile umanità. I colori più accesi si diluiscono acquarellando la scena attraverso coreografie, soli e duetti, azioni e silenzi pervasi di un umore delicato. Si disegna con tratto leggero e sfuggente la figura di un eroe fragile, emblema di un’etica del fallimento, che rilancia la sfida a provare di nuovo, daccapo, con coraggio. Che ci parla della capacità di accettare la caduta, pur di perseguire il proprio ideale più profondo e riscoprire infine, nella tensione verso il più nobile dei nostri desideri, la meraviglia del viaggio necessario a realizzarli. Così i personaggi di JENTU. Esiliati da un tempo cui non corrispondono o da un luogo che gli è stato sottratto, sospesi, stranieri, abitano un paesaggio leopardiano che ha per soglia la resa, unico possibile luogo di appartenenza e senso. 

Ever tried.

Ever failed. No matter. Try.

Again. Fail again.

Fail better.

(S. Beckett)

JENTU is a creation for two dancers inspired by Miguel De Cervantes’ Don Quijote. In the careful interpretation of Cervantes’ story, the interest in the adventures of the Spanish hero and his companions(Sancho Panza and Dulcinea) has shifted to the meaning that these challenges may still have for us today: actions without a happy ending, useless, accomplished in the background of a small room, able to anticipate the ethic of a new hero model without special powers, no glory or fanfare to announce his fragile humanity. The brightest colours are diluted on the stage through choreographies, solos and duets, actions and silences permeated by a delicate mood. We perceive the figure of a hero that is the symbol of the failure, who rises to try again, all over again, bravely. A hero who tells us about the ability to accept to fall, to persist in pursuing his own ideal, in every new adventure rediscovering the wonder of the journey. So, the characters of JENTU are exiled from a time which they do not correspond to or from a place that was stolen from them; suspended, foreigners, they inhabit a Leopardi’s landscape whose threshold is represented by the yield, the only possible place of belonging and meaning. 

(...) Semplicemente il viaggio verso le proprie aspirazioni, le proprie passioni, la propria bellezza. Così tentano, falliscono, ricominciano, senza mai perdersi d'animo i due protagonisti di Jentu. Novelli Don Chisciotte, anti-eroi contemporanei, che perseguono i propri ideali, viaggiando insieme, paralleli, spronandosi a vicenda. E' racchiusa in questa metafora poetica del viaggio e della non resa al mondo la riuscita di Jentu (...)

(Maria Luisa Buzzi | DANZA&DANZA)

(...) un racconto a tappe, composto da una potente gesticolazione e da larghi passi danzanti, quasi tesi e protesi ad elastico da una finestra, luogo d’incontri e partenze. L’hidalgo è un anti-eroe, combatte contro illusioni, glorie e potere mondani. Jentu nella sua forma rotonda e compiuta riesce a raccontare tutto ciò con poesia. (...)

(Marinella Guatterini | IL SOLE 24 ORE)

(...) Le coreografie ideate da Stefano Mazzotta evocano diversi stati d'animo, donandosi all'occhio e al cuore di chi guarda.

(Miriam Arensi | LA VOCE)

(...) La partitura fluida di contatti e prese, di complicità e fratellanza (che rarità vedere un duo che non evochi l’amore tra l’uomo e la donna!) si alterna a malinconici momenti di sospensione alla finestra: quasi la realtà, impossibile da ignorare, finisse sempre per richiamare a se stessa i due eroi. E anche se Chiara/Sancho non cessa si spronare il suo cavaliere (“alzati! corri! combatti!”), Stefano/Chisciotte, appeso il cappotto al chiodo, si allontana. Ma fuori dal palco, si sa, è ben più difficile dar corpo ai sogni.

(Maddalena Giovannelli | STRATAGEMMI)

 
 
 

Il Don Chisciotte di Zerogrammi racconta una scienza arresa, una scienza ecologica, una militanza del fallimento e della Poesia. È un quarto stato che si muove verso l’impensato raccontando la meraviglia di appartenere al vento, alle foglie, alla pioggia, mutilando l’efficienza, l’indifferenza, distruggendo l’idea del profitto, disarmando il disincanto. È un’anima in cammino, che cammina per guardare, per percepire, per salvare.

 

Spogliato degli aspetti comici, che non fanno parte della sua natura essenziale, Don Chisciotte incarna la ricerca degli ideali di verità, bontà e bellezza.
Idealista tutto preso dalla giustizia e dal bene altrui, non solo trascura se stesso nello sforzo di raggiungerle e di vederle realizzate, ma spinge la propria disponibilità al sacrificio fino all’accettazione di qualunque avversità, di qualunque rischio, di qualunque destino, pur di restare fedele al compito che si è proposto, nello sprezzo più totale del proprio io. Il compito sublime e gigantesco di Chisciotte è essere il paladino di tutte le buone cause, il difensore di tutti gli uomini, il servitore totalmente disinteressato della bellezza oltre ogni distinzione. Egli è espressione di una fede smisurata nella verità che si trova al di fuori del singolo uomo, che non gli si dà facilmente, che chiede di essere servita, che chiede vittime, ma che è accessibile a colui che la serve fedelmente, e che si sacrifica.


La sua stessa vita, tutta compenetrata alla devozione all’ideale per il quale è pronto a sottoporsi a tutte le possibili privazioni, egli apprezza e valuta solo in quanto può essere un mezzo per incarnare l‘ideale, perché regni la verità, l’uguaglianza e la giustizia sulla terra. Don Chisciotte è la storia della poesia di un pazzo che affronta la prosa del mondo; della fantasia e della speranza che provocano sfrontatamente la realtà; della diversità che sfida a oltranza i cosiddetti normali. Per poterlo almeno incrociare, bisognerebbe rischiare di entrare nel suo mondo, provare a comprendersi davanti alla sua persona, senza far tacere le domande che il nostro mondo ci pone.

È possibile avventurarsi al seguito di Don Chisciotte, perdendo un po’ la testa anche noi, insieme a lui? Del resto la follia sembra essere ingrediente necessario di ogni passione forte: dall’innamoramento alla fede. E il prenderne consapevolezza mediante l’ironia del racconto permette una lettura in profondità di quello che siamo e di quanto speriamo. Tra saggezza e follia, misurarsi con il Don Chisciotte significa fare i conti con la storia ingiusta, con la forza dei propri ideali, e con le beffe ciniche di chi osserva con distacco e giudica come follia ogni impegno per la pace e la giustizia. Lo sguardo di Don Chisciotte si posa sull’ambiguità della vita senza farsene schiacciare; sfida le convenzioni e le presunte ovvietà; prova a tenere insieme, paradossalmente, passione e disincanto.

Un’operazione a caro prezzo, poiché il nostro eroe viene ridicolizzato e neutralizzato in quanto pazzo. Eppure la sua follia ci può rendere saggi. Lo sguardo di Don Chisciotte resta prezioso per chi osa ancora oggi, ai tempi del pensiero unico, sperare contro ogni speranza. Don Chisciotte è l’individuo esemplare di una specie di follia che invoca a grandi gemiti che la si riscatti. È un folle sacro, un “innocente” che grida perchè lo si liberi dagli incantamenti del mondo. La libertà è la sua passione, essa si confonde con la sete di giustizia, ma giustizia, per lui, sarà sempre libertà; libertà e non ordine; libertà e non eguaglianza. E la più grande ambiguità dell’opera di Cervantes è che l’eroe, che consacra lo sforzo del suo braccio e la sua inflessibile volontà alla liberazione di tutti quelli che incontra sul suo cammino, sia colui che ha bisogno, più di chiunque, più dei galeotti e dei criminali, che qualcuno o forse tutti accorrano alla sua riscossa, alla sua liberazione, a credere in lui, come di fronte a un cristo in croce.


Tale è l’ironia che sostiene questa inedita visione dell’eroe cervantesco, una ferita. Poichè la follia di don Chisciotte pone davanti a noi il problema, oggi più pressante che mai, della libertà dell’uomo, poiché si sa che quello di cui soffre l’eroe non è altra cosa che il conflitto che sarà un giorno la passione ineluttabile di tutti gli uomini. E, allorché noi abbiamo ricorso a lui, non facciamo altro che contemplare noi stessi. Sta a ciascuno percorrere il cammino, tremendo e salvifico, che porta a lui, nella consapevolezza tuttavia che finché si calcherà la nera terra egli resterà irraggiungibile, perché nessuno potrà mai imprigionarlo in una definizione compiuta. La domanda «voi chi dite che io sia?» continuerà a tormentarci fino alla fine del mondo, perché l’infinito viaggiare è infinita angoscia, ma è una angoscia di cui non si può fare a meno, se si vuole dare, se non senso, almeno un valore alla vita.

Jentu, Zerogrammi’s rewrite from Cervantes Don Quijote, tells a surrendered science, a militancy of failure and Poetry. It is a fourth state that is moving toward the unthought, telling the wonder of belonging to wind, leaves, rain, mutilating efficiency, indifference, destroying the idea of profit, disarming disenchantment. He is a soul on the road, walking to see, to perceive, to save.

 

Undressed of comic aspects, which are not part of its essential nature, Don Quijote embodies the research of the ideals of truth, goodness and beauty.

He is idealist devoted to justice and the others’ good, not only he neglets himself in the effort to reach them and to see them realised, but he pushes his willingness to sacrifice until the acceptance of any adversity, any risk, any fate, just to stay faithful to the task that has been proposed, in utter disregard of himself. The sublime and huge task of Quijote is to be the hero of all good causes, the defender of all people, the servant totally disinterested of beauty beyond all distinctions. He is the expression of a boundless faith in the truth that lies outside of the single man, not easy to reach, that needs victims, but that is accessible to the one who serves it faithfully, and with sacrifice.


He appreciates and evaluates his own life, devoted to the ideal for which he is ready to undergo all possible hardships, only as a means to embody that model to perceive truth, equality and justice on the earth. Don Quijote is the story of the poetry of a madman that tackles the prose of the world, of the fantasy and hope that provoke brazenly reality, of the diversity that challeng- es, to the bitter end, the so called normal. If we want to meet him, we should risk to enter his world, try to understand each other in front of his person, without silencing the questions that our world presents to us .

Can you venture along with Don Quijote, losing your head? After all, madness seems to be the necessary ingredient of any strong passion: from falling in love to the faith. Being apprised of the irony of the story allows for a deep reading of what we are and what we hope. Between wisdom and madness, competing against Don Quijote means to deal with the unjust history, with the force of ideals, and the cynical mockeries of those who observe with detachment and judge any commitment of peace and justice as insanity. The gaze of Don Quijote rests on the ambiguity of life without letting crush; he challenges convention and alleged obviousness, trying to hold together, paradoxically, passion and disenchantment.


An operation at a high price, because our hero is ridiculed and neutralized as crazy. Yet his madness can make us wise. The look of Don Quijote remains valuable for those who dare to hope against any hope even today, in the time of the single thought. Don Quijote is individual member of a species of madness that relies in large moans to be surrended. It is a holy crazy, an "innocent" crying because he hopes to be free from the enchantment of the world. Freedom is his passion, it merges with the thirst for justice, but justice, for him, will always be freedom; freedom and not order; freedom and not equality. The greatest ambiguity of Cervantes’ work is that the hero, who consecrates the effort of his arm and his unbending will to the release of all those he meets along the way, is the one who needs, more than anyone else, more than convicts and criminals, that someone rush to his rescue, to his release, to believe in him, as in front of a Christ on the cross.


That is the irony supporting this unprecedented vision of the hero for Cervantes, because the madness of Don Quijote sets before us the problem of human freedom, since you know that what suffers the hero equals the conflict that one day will be the ineluctable passion of all people. Thus, when we go towards him, we indeed contemplate ourselves. We all need to walk the path, tremendous but salvific, which leads to him, being aware that he will remain unreachable, because no one can ever imprison him in a clear definition. The question "Who do you think I am?" will continue to haunt us until the end of the world, because the infinite travelling is infinite anguish, but it is a unavoidable fear, if you want to give a value to life.

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produzione/production 2016

disponibilità/availability 11.2016

genere/genre TEATRODANZA/DANCETHEATRE

durata/duration 50 min

pubblico/audience +11

scena/stage MEDIUM HALL

staff artistico e tecnico in tour/artistic and technical team on tour 2+1

trasporto scenografie e materiali/prop transportation AL SEGUITO/PROVIDED BY THE COMPANY

montaggi/set up lights and scenes 1 d.

smontaggi/disassembly 3 h

progetto, regia e coreografia

project, direction and choreography

Stefano Mazzotta

con

with

Chiara Guglielmi, Stefano Mazzotta

drammaturgia e collaborazione all'allestimento

dramaturgy and collaboration to the direction

Fabio Chiriatti

disegno luci

light design

Alberta Finocchiaro

produzione

production

Zerogrammi

coproduzione

coproduction

Pim Off (It), CASA LUFT (It)

un ringraziamento a

thanks to

Chiara Michelini,  Villa Cultura (It), Tersicorea T.Off (It)

con il sostegno di

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Regione Piemonte, MIBAC

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