Lesdemà – Petrella: il jazz ai piedi


Il ballerino e coreografo francese (a colloquio con noi) e il trombonista italiano in scena al Sociale il 4 giugno per il Danza Estate





Che sia per il calcio o il ballo, la passione parte sempre dai piedi per Dominique Lesdemà. Danzatore, coreografo e insegnante parigino, il 4 giugno per Bergamo Danza Estate, insieme al trombonista Gianluca Petrella sul palco del Teatro Sociale, presenterà in prima nazionale “Hoodoo”, spettacolo prodotto da Festival Danza Estate e Compagnia Zerogrammi, in collaborazione con Bergamo Jazz.

Onirico, tribale e ipnotico, “Hoodoo” è un incontro di pura contaminazione tra due artisti di fama internazionale. Jazz, rock e funk danno vita alla fusion di Lesdemà, un’icona per questo genere di danza urbana. Petrella, riconosciuto dalla bibbia del jazz Down Beat come uno dei più grandi trombonisti contemporanei, mette a disposizione dell’elettronica il suo fiatocarico di groove e potente come pochi.

Sull’electro-jazz di Petrella, Dominique Lesdemà danzerà con la solita carica di passione. “Se dovessi perdere quella, non ballerei neanche più – spiega – All’inizio la danza non mi piaceva. Avevo sedici anni, ero un centroavanti, giocavo in una squadra semi-professionistica in Lussemburgo e pensavo solo al pallone. Mia mamma però adorava ballare, ascoltava funky e andava molto spesso in discoteca. La vedevo danzare anche a casa. Ascoltava tantissimo Michael Jackson e Quincy Jones”.

Lesdemà non avrebbe mai immaginato all’epoca che da quella musica sarebbe nata la sua più grande passione e che, attaccate le scarpe con i tacchetti al chiodo, la sua ricerca coreografica si sarebbe concentrata proprio sui piedi e sulla loro ritmica, per poi estendersi al resto del corpo: “In realtà la musica mi ha salvato – ricorda lui – In quel periodo ho rotto con mia mamma e sono andato via di casa, ma non potendo rimanere in Lussemburgo da solo ho dovuto tornare a Parigi, dove ero nato. Quando sono rientrato in città ho cominciato ad andare in discoteca e un sera ho visto ballare uno dei Jeu de Jambes, un gruppo di ballerini bravissimi. Sono rimasto folgorato”.


Da quel momento in poi le cose come si sono evolute?

Con il tempo mi sono fatto un nome. Tra l’inizio e la metà degli anni Ottanta entravo ovunque senza pagare nei locali di Parigi, ero come un ospite. Non davo molto peso a questa cosa, semplicemente mi piaceva ballare e mi sono accorto che mi riusciva pure bene, ma non avevo alcun tipo di aspettativa. La gente però quando mi muovevo su pezzi come “Beat it” di Michael Jackson si fermava a guardarmi, faceva cerchio attorno a me. Ballavo sugli Earth Wind and Fire, su Lonnie Smith e sui pezzi dei Casiopea. Ho sempre ballato solo per divertirmi e anche ora che mi occupo di danza a tempo pieno, non la considero una professione. È pura passione, la stessa che mi portava a ballare con i miei amici in giro per Parigi.


Oggi sei uno dei riferimenti della danza urban…

Ballavamo nei locali ma anche per strada, vicino al Centre Pompidou, agli Champs Elysées, a l’Opera e in posti dove c’è tanta gente, come al Trocadero. La scena di Parigi era molto conviviale, come una famiglia di appassionati e, quando ho cominciato a ballare, un’altra danza urbana come la break dance non era ancora arrivata in città. Quando ha cominciato a diffondersi mi piaceva guardarla, ma non l’ho mai ballata, io ho continuato con la fusion. Ho sempre seguito l’istinto, senza programmare troppo e dando sempre spazio a quello che mi veniva più naturale.


A un certo punto la tua evoluzione come danzatore ha preso la direzione dell’insegnamento.

Una sera un maestro di ballo che faceva stage in discoteca mi ha avvicinato e mi ha chiesto “Perché non vieni a fare qualche lezione con noi?”. “Perché no!” ho risposto. Era circa la metà degli anni Ottanta: all’inizio non pensavo che si potesse realmente imparare a ballare, ma che stesse tutto in ciò che hai dentro. Anche oggi il motivo principale che mi muove è quello. Però a un certo punto ho cominciato a seguire anche altri stili, a esplorare e sperimentare: lirico, classico, moderno, jazz. Cominciare a insegnare poi è stato bellissimo. Potevo condividere con gli altri la mia passione, ma ci ho impiegato un po’ a rendermi conto di cosa stesse succedendo. Quando i miei studenti dicevano che gli stavo insegnando qualcosa di molto particolare, non capivo di cosa stessero parlando, io facevo solo quello che mi sentivo.


Spontaneità e istinto ritornano moltissimo nel tuo approccio alla danza…

Danzare per me è essere libero di muovermi nel mondo. Non c’è bisogno di tante parole, il corpo sa comunicare tantissimo anche solo con un movimento. Anche nella coreografia, che sembra tanto studiata, c’è un’estrema dose di libertà, direi quasi un istinto primordiale che, se ascoltato, mostra la direzione.


L’evoluzione del tuo percorso ti ha portato alla coreografia e quelli che erano i tuoi maestri sono diventati colleghi. Dal collettivo Jeu de Jambes sono nati gli Stormy Brothers…

Proveniamo dallo stesso mondo, ci conosciamo da vent’anni e soprattutto abbiamo la stessa idea di quello che dovrebbe essere la danza. Puro istinto. Con loro danzare o coreografare è un unico movimento.


Collaborare è una parola chiave che ritorna in tutta la tua carriera. Lo scorso anno sei arrivato a Bergamo per una residenza un po’ speciale, che non aveva solo a che fare con il ballo. Insieme all’artista Luigi Presicce e all’attore Antonello Cassinotti hai partecipato alla TAD Residency di Contemporary Locus. Come è stato lavorare con altre forme espressive?

Arte, recitazione, danza. Anche se tutti le definiscono arti diverse, penso che siano una cosa sola: è la stessa cosa del linguaggio. Ogni persona parla in un modo differente, ma dentro siamo tutti legati. Danzando posso essere anche un attore e ballare come se stessi dipingendo. Adoro avvicinarmi a diverse forme d’espressione e, quando incontro altri artisti, il rapporto passa sempre dalla semplicità e dall’umanità. Non divento mai un fan, non ho riferimenti, mi piace muovermi sul piano della condivisione tra persone, ancora prima che su quello artistico.


Anche Hoodoo è un lavoro all’insegna del dialogo tra due forme espressive.

Io e Petrella siamo due pazzi. Mi piace la sua dimensione, la sua naturalezza e il modo rilassato in cui sa proporre musica molto particolare. Questo punto di partenza è tutto quello di cui ho bisogno. Seguendo l’istinto comincerà il nostro dialogo, che si evolverà attraverso l’esplorazione.


Curiosità e istinto come guide. Oltre alla danza ci sono altri mondi in cui ti stai avventurando?

Amo avvicinarmi a cose che non so fare. Adesso sto lavorando anche sulla produzione di musica. Mi metto al computer e comincio a sperimentare tra jazz, hip hop e nu jazz. In realtà ascolto anche un sacco di musica classica e mi piace molto il suono del violino. Le possibilità che si aprono seguendo quello che ci piace sono infinite.


FONTE: https://eppen.ecodibergamo.it/lesdema-petrella-danza-estate/

4 visualizzazioni