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Quando la danza incontra la marionetta: una recensione di Fernando Marchiori





In una scena de La sposa blu, Silvia Battaglio raccoglie una delle tre marionette con le quali condivide lo spazio scenico seminudo e lentamente la porta verso il fondo mentre un braccio del fantoccio penzola abbandonato. Appare d’incanto la formula di pathos che Raffaello per la sua Deposizione trasse da un sarcofago antico riportandola nel repertorio delle arti figurative. Ma se nella tradizione iconografica quel gesto codificato dichiara la morte del soggetto rappresentato, nella dimensione del teatro di figure certifica la vita dell’attore non organico, ovvero la sua presenza scenica. Solo chi è vivo può morire e perciò – l’intuizione è immediata perfino per un bambino ­– un’esistenza trascorre in quelle membra rigide. Non è che un esempio della ricchezza di implicazioni, non solo estetiche, che suscita l’incontro fra le arti performative e il grande tema della marionetta.

Doveva averlo ben presente Pina Bausch quando nel suo Blaubart (1977) disarticolava la Judith di Marlis Alt (e poi di Beatrice Libonati) in movenze secche e posture disanimate, una marionetta che Jan Minařik poteva lanciare e manovrare con rude precisione. Per la sua performance liberamente ispirata al Barbablù di Charles Perrault, Battaglio ha operato nella direzione opposta, rimanendo umana proprio nel rianimare le forme inerti dentro quadri corporei dinamici e componendo una partitura scenica fatta di eloquenti silenzi e movimenti minimali, di gesti misurati, teneri e dolorosi, di arie liriche polverose e struggenti. Su tutto, l’intimo dialogo della danzatrice con tre marionette degli anni Quaranta provenienti dalla collezione Toselli, tre figure femminili che portano nei loro corpi di legno i segni del tempo e delle violenze di quel marito che non c’è neppure bisogno di evocare, tanto gravida dei suoi delitti è l’atmosfera di ogni scena come l’immaginario di ogni spettatore.

Dopo l’iniziale scena dello sposalizio, la nuova consorte di Barbablù segue le orme delle donne che l’hanno preceduta, ne condivide la sorte, se ne fa custode e testimone. Le tocca per risvegliarle, le abbraccia, le porta sulle spalle, le nasconde sotto la propria gonna, le trascina a terra legate a una stessa corda, a uno stesso destino, ne assume le posture, danza con loro in girotondi malinconici, esitando su un valzer di Louis Ferrari (Domino) o su una romanza di Georges Bizet (Mi par d’udir ancora da Les Pêcheurs de perles nell’interpretazione di Beniamino Gigli). Emergono, senza bisogno di essere detti, i moti interiori dei personaggi, le segrete corrispondenze, i sogni brutalmente troncati. Un sentimento sororale traspare dalle fantasmatiche presenze femminili. Ricamano una trama muta e delicata di passi e volteggi che rispondono ai merletti delle vesti, al disegno delle luci (di Tommaso Contu): una lampada oscillante nel buio, una torcia in mano alla danzatrice per un pas de deux luminoso, un alone che si allarga sullo spazio scenico. Quello spazio che la protagonista attraversa infine in un sogno di libertà, portando con sé, adagiate pietosamente sullo strascico dell’abito da sposa, le compagne di sventura.

Lo spettacolo, prodotto da Zerogrammi, dal Festival Incanti e dall’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare, viene proposto anche in una versione site specific. Ne è stato presentato un significativo estratto alla XX edizione del Padova Festival Internazionale La Sfera Danza che anche quest’anno ha portato sul palco del Teatro ai Colli e al Verdi un fitto calendario di spettacoli dal vivo (con interessanti aperture a realtà giovanili ed emergenti), prove aperte, incontri con coreografi e danzatori, laboratori, masterclass.



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